Val San Martino 1943–1945, Resistenza tra montagne e libertà
Il 25 aprile torna ogni anno come una pagina viva della nostra storia, una di quelle che non si limitano a essere ricordate, ma che chiedono di essere comprese, raccontate e tramandate. L’Anniversario della Liberazione d’Italia non è soltanto una ricorrenza nazionale: è una memoria diffusa, che attraversa anche i piccoli borghi e le comunità della Val San Martino, lasciando tracce profonde nei racconti, nei luoghi e nelle persone.
Una rete di Resistenza tra montagne e territori di confine
È una storia, o meglio, un intreccio di storie, ancora oggi poco conosciute. Tra Calolziocorte, Carenno, il Resegone e la Valle Imagna si sviluppò, tra il 1943 e il 1945, una rete silenziosa ma fondamentale per la Resistenza. Un territorio da sempre di passaggio, di confine e di collegamento, che proprio per queste caratteristiche rivestì un ruolo strategico nello sviluppo delle attività partigiane tra il Lecchese, la Bergamasca e il Triangolo Lariano.
Tra le montagne e lungo l’Adda, il territorio della valle ha vissuto in prima persona gli anni difficili della Resistenza. I paesi di Calolziocorte, Vercurago ed Erve, con la loro posizione strategica tra pianura e rilievi, furono spesso attraversati da staffette partigiane e da movimenti clandestini. I sentieri che oggi vengono percorsi per escursioni e passeggiate erano allora vie di collegamento fondamentali, utilizzate per sfuggire ai controlli e per mantenere vivi i contatti tra le brigate.
Solidarietà e coraggio nei paesi della valle
A Torre de’ Busi e Monte Marenzo, le comunità locali furono protagoniste silenziose ma decisive: qui il sostegno ai partigiani si manifestava con gesti quotidiani, spesso rischiosi, come offrire rifugio, cibo o informazioni. La solidarietà tra abitanti rappresentava una forma concreta di resistenza, fatta non solo di azioni armate ma di coraggio civile. Anche nei centri di Cisano Bergamasco e Caprino Bergamasco, la tensione di quegli anni si intrecciava con la vita di tutti i giorni. Le piazze, oggi luoghi di incontro e socialità, furono teatro di passaggi militari, controlli e momenti di incertezza. Eppure proprio da questi contesti nacque la volontà di riscatto che avrebbe portato, nel 1945, alla fine dell’occupazione nazifascista.
Un capitolo significativo riguarda Pontida, luogo simbolico per la storia italiana già nei secoli passati, che durante la Resistenza divenne punto di riferimento per gruppi organizzati e attività clandestine. Qui la memoria della libertà si è intrecciata con quella, più recente, della lotta per riconquistarla. A Carenno, come in altri paesi della valle, la conformazione del territorio offriva nascondigli naturali e vie di fuga, rendendo possibile la sopravvivenza e l’azione delle formazioni partigiane. Ancora oggi, tra boschi e mulattiere, si possono percepire i segni di quella storia, custoditi nella memoria collettiva.
Origini della Resistenza e ruolo strategico del territorio
Eppure, per lungo tempo, queste vicende sono rimaste ai margini della narrazione ufficiale. Non dimentichiamo la geografia e alla storia del territorio: la presenza della ferrovia, che collegava rapidamente Milano e Bergamo; la vicinanza alla città unita alla possibilità di trovare rifugio; e soprattutto la posizione strategica delle montagne, da cui era possibile controllare il fondovalle e organizzare movimenti in relativa sicurezza. Non a caso, anche scrittori e partigiani come Giorgio Bocca descrissero le città di quegli anni come “trappole per topi impauriti”, mentre le montagne offrivano una possibilità di sopravvivenza.
Dopo l’8 settembre 1943, queste zone divennero un crocevia di soldati sbandati, antifascisti e giovani pronti a opporsi al regime. Fu proprio tra Carenno, i Piani d’Erna, Santa Brigida e i Corni di Canzo che nacque una delle prime formazioni partigiane della zona: la Banda Carlo Pisacane. Un gruppo inizialmente piccolo e disorganizzato, ma animato da una forte volontà di resistere.
La Banda Carlo Pisacane e i protagonisti della Resistenza
Tra i protagonisti vi fu Bernardo Carenini, originario di Colle di Sogno, con una storia personale intensa e internazionale: dalla guerra civile spagnola all’esperienza a Mosca, fino alla prigionia in Svizzera e al ritorno in Italia, dove contribuì a fondare e guidare la banda. Accanto a lui, figure come il ragioniere Ettore Tulli, sindacalista comunista, raccontano la difficoltà dei primi momenti della Resistenza, quando non tutti erano pronti alla lotta armata. Da quei pochi uomini prese forma un movimento destinato a crescere.
Le ricerche storiche hanno permesso di individuare almeno 233 militanti attivi tra il Resegone, Erna e la Val San Martino, molti dei quali provenienti da diverse zone del Nord Italia. Tra questi, almeno 33 erano originari di Calolziocorte: un dato che testimonia quanto anche le comunità locali abbiano contribuito concretamente alla Resistenza.
Don Achille Bolis: una vita al servizio degli altri
Tra le figure che incarnano in modo profondo lo spirito della Resistenza nel territorio della valle, emerge quella di Don Achille Bolis. Nato a Calolziocorte il 14 ottobre 1873, dal gennaio del 1931 era stato assegnato alla parrocchia del suo paese natale. In seguito a una delazione, il sacerdote fu arrestato nella notte tra il 21 e il 22 febbraio 1944. Con lui furono fermati anche don Tommaso Rota, il medico Oscar Zannini e l’impiegato comunale Luigi Ferrario. Dopo un primo brutale interrogatorio, il 23 febbraio furono trasferiti a Milano e rinchiusi nel carcere di San Vittore, dove Don Bolis morì.
Sospettato di aver aiutato i partigiani, fu sottoposto a torture anche nella sede delle SS all’Hotel Regina. Una sera, rientrando in cella gravemente ferito, morì tra le braccia dei compagni di prigionia. Quando fu arrestato, dichiarò di non interessarsi di politica: voleva semplicemente salvare vite. E proprio per questo divenne un punto di riferimento concreto per i resistenti, sostenendoli e aiutandoli in più occasioni.
La Liberazione del 1945 in Val San Martino
Negli ultimi giorni dell’aprile 1945, mentre l’Italia si avvicinava alla liberazione, anche la Val San Martino visse momenti decisivi. Dopo l’insurrezione generale proclamata il 25 aprile, le forze partigiane intensificarono le azioni e i presidi nazifascisti iniziarono a ritirarsi verso nord, lungo le direttrici dell’Adda. A Calolziocorte e Vercurago, il passaggio delle truppe in ritirata fu accompagnato da tensioni e timori, ma anche da una crescente speranza. In quei giorni, come in molte località del Nord Italia, i partigiani presero progressivamente il controllo del territorio, disarmando i presidi e ristabilendo forme di ordine civile. Quando finalmente cessarono i combattimenti, le campane tornarono a suonare e le piazze si riempirono di persone: la guerra, anche per la Val San Martino, era finita.
Il 25 aprile, dunque, non è solo una celebrazione ufficiale. È un racconto corale, fatto di tante storie locali che si uniscono alla grande storia nazionale. È il ricordo di uomini e donne che, anche in questi paesi, hanno contribuito alla conquista della libertà, spesso pagando un prezzo altissimo. Oggi, mentre le comunità si ritrovano tra monumenti, lapidi e cerimonie, si rinnova un impegno: custodire la memoria e trasmetterla alle nuove generazioni. Perché la libertà, come insegnano le vicende della Val San Martino, non è mai scontata, ma è il frutto di scelte, sacrifici e responsabilità condivise.
In questo 25 aprile, la valle si ferma a ricordare, ma anche a guardare avanti, consapevole che il valore della Liberazione continua a vivere nelle comunità che ne custodiscono la storia.
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