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Memoria dalla Palude di Brivio
Il declino del Casino del Viceré
Si tratta di una delle aree di maggiore interesse naturalistico e paesaggistico dell’intero territorio del Parco Adda Nord grazie alla presenza di numerosi habitat comprendenti fiumi, rogge e canali, stagni, vegetazione palustre e boschi.
L’area è costituita da un’ampia piana in cui il fiume Adda ha potuto divertirsi, dando luogo nel corso dei secoli, a variazioni di percorso molto evidenti, dai saliceti delle sponde si passa ai vasti canneti fino ad arrivare ai boschi di ontani neri. La palude, un tempo lago di Brivio, custodisce una ricca varietà di flora e fauna su una superficie di oltre 300 ettari suddivisa tra i territori comunali di Brivio, Cisano Bergamasco, Calolziocorte e Monte Marenzo.
La palude è sempre stata ricovero di vari tipi di selvaggina questo perché offre l’habitat adatto agli uccelli di passaggio ed a molte altre specie che vi nidificano. La selvaggina attirava poi lepri, volpi e lupi che in passato si calavano all’imbrunire dai monti limitrofi, dove alcune frazioni portano ancora nomi significativi quali Perlupario, Volpera, per cacciare nella palude dove, oltre alla selvaggina, trovavano allevamenti di pecore e pollame situati nelle zone pianeggianti ai bordi della palude.
Un tempo era possibile cacciare in palude: la lontra veniva cacciata sia per le sue carni sia per la pregiata pelliccia. Si usava stanarla con i cani da caccia per poi catturarla con la fiocina. L’ultimo esemplare di lontra catturato in quello che era chiamato lago di Brivio risale al 1952. Al tempo delle signorie sforzesche e viscontee Barnabò Visconti, nella stagione di caccia, soggiornava al Castello di Brivio, nel quale manteneva numerose mute di cani per la caccia grossa.
In epoca Napoleonica la nobile famiglia dei Cantù di Brivio, che aveva la proprietà di tutto il lago di Brivio, nel tentativo di governare sull’intera provincia tra Bergamo e Como, ospitava nei fine settimana il vicerè d’Italia Eugenio di Beauharnais, grande appassionato di caccia. Il principe Eugenio, amantissimo delle feste, aderì più d’una volta ai magnifici inviti del dottore Bernardino Cantù, quando gli preparava principesche cacce sul lago di Brivio. Per lui, all’inizio dell’Ottocento, fu costruito il “Casino“, un elegante e ricco edificio di mattoni situato nell’Isolone del Serraglio, che serviva come rifugio per le sue frequenti cacce nella zona ed era il motivo principale dei suoi soggiorni a Brivio.
Con il crollo del regno d’Italia nel 1813, venne abbandonato e venduto ed usato come deposito. Nell’800 e ‘900 le operazioni di bonifica dei terreni della palude misero in grave pericolo gli habitat ideali dell’avifauna, segnando una stagione di rilevante impoverimento dell’intero ecosistema stratificato nella storia di questo territorio. Le zone umide mitigano il clima, filtrano l’inquinamento atmosferico e assorbono le piogge eccessive. Ricostruire il patrimonio di acque cancellato dall’urbanizzazione dovrebbe essere un obiettivo strategico della comunità.
L’idea che costruire sia una forma di sviluppo e che lasciar crescere il verde in modo spontaneo sia indice di degrado è molto diffusa. È il riflesso culturale di un’economia basata sull’attività edilizia. Ogni prato, ogni fazzoletto di terra è un “vuoto”, che dunque può essere riempito.
Mentre il Casino del Viceré crolla nell’indifferenza generale, le istituzioni assistono mute alla cancellazione di un pezzo di storia. Quel mattone che un tempo ospitò il principe Eugenio di Beauharnais oggi è il monumento al disprezzo per le nostre radici: un rudere che non genera profitto e che, per questo, viene lasciato morire dai palazzi del potere.
Nonostante l’Europa abbia imposto con il regolamento dell’agosto 2024 il ripristino degli ecosistemi degradati, le amministrazioni locali continuano a guardare la Palude di Brivio come un vuoto da riempire. Questo non è solo menefreghismo, è resistenza attiva al futuro: ignorare una direttiva europea significa condannare il territorio a un’illegalità ecologica che pagheremo tutti.
Le istituzioni chiamano degrado il verde spontaneo per giustificare il cemento, e chiamano sviluppo quella che è, a tutti gli effetti, una speculazione camuffata da intervento sociale. È un rovesciamento della realtà: il vero degrado non è la cannuccia di palude che cresce, ma la firma di un assessore su un progetto che cancella l’ultimo filtro naturale contro la crisi climatica.
Le amministrazioni hanno tutti gli strumenti per difendere questo patrimonio, ma scelgono di non usarli. Preferiscono l’inerzia che accontenta i costruttori alla lungimiranza che protegge i cittadini. La Palude di Brivio è sopravvissuta ai secoli, ma rischia di soccombere oggi davanti alla pigrizia burocratica di chi considera la natura un lusso superfluo anziché un’infrastruttura vitale.






