Val San Martino

Polli sì, ma non di allevamento

Polli sì, ma non di allevamento

Viviamo in un’epoca in cui il legame tra uomo, natura e cibo si è assottigliato fino quasi a spezzarsi.

Oggi rischiamo di dimenticare da dove viene il nostro cibo. In Val San Martino la memoria dei paesaggi rurali ci ricorda un tempo in cui la vita era scandita dai cicli naturali e dalla biodiversità.

Recuperare quel legame non è nostalgia, ma un modo concreto per immaginare un futuro più sostenibile e autentico.

polli, galline val san martino

Polli sì, ma non di allevamento

Polli sì, ma non di allevamento

Viviamo in un’epoca in cui il legame tra uomo, natura e cibo si è assottigliato fino quasi a spezzarsi.

Oggi rischiamo di dimenticare da dove viene il nostro cibo. In Val San Martino la memoria dei paesaggi rurali ci ricorda un tempo in cui la vita era scandita dai cicli naturali e dalla biodiversità.

Recuperare quel legame non è nostalgia, ma un modo concreto per immaginare un futuro più sostenibile e autentico.

Polli sì, ma non di allevamento

Che tristezza udire un bambino di 5/6 anni dire che i polli nascono al supermercato.

Negli allevamenti intensivi abbiamo cancellato il ciclo naturale della vita. Perdendo biodiversità e anche cultura e socialità. Vale la pena ricordare che l’allevamento di polli ha un’elevata resa e quindi oltre ad avere un costo accessibile, viene considerato un sistema a basso impatto ambientale, con un ridotto utilizzo di antibiotici, di suolo e di risorse naturali.

Prima della rivoluzione agroindustriale di fine anni ‘70, luoghi come la Val San Martino erano ancora caratterizzati dal tradizionale paesaggio prealpino, punteggiati da piccoli borghi, ognuno dei quali con il pollaio, la stalla, l’orto domestico nella zona più soleggiata della proprietà, vari alberi da frutto con le chiome arrotondate, i gelsi accanto al corso d’acqua potati per ricavare i rami allungati utili a intrecciare gerle e panieri.

Quel mondo a misura di sostentamento famigliare creava un contesto variegato, multifunzionale. Ed era prezioso proprio perché diversificato. L’agroindustria ha permesso di alzare notevolmente il tenore di vita, certo. Ma a che prezzo?

In pianura, ecco spiegarsi davanti agli occhi colture fruttifere come un’immensa catena di montaggio. I filari corrono distanziati tre metri l’uno dall’altro come è richiesto dal processo di meccanizzazione, con alberi che non sono più alberi, ma rami allungati sul filo di ferro per facilitare il raccolto. Alberi a misura di macchina, figli di una semplificazione che distrugge la biodiversità, rompe il rapporto terra-uomo ed allarma la popolazione con i trattamenti chimici.

Ma per fortuna c’è chi ancora non ha perso il contatto con i cibi genuini. Abbiamo un territorio la cui biodiversità e la nostra cucina è apprezzata e copiata in tutto il mondo. Nella parte alta della Val San Martino, dove ancora esistono prati, si stanno affermando aziende agricole di segno opposto, che rifiutano quei modelli e abbracciano produzioni diversificate, associando zootecnia e agricoltura di alta qualità.

Sono piccole imprese che puntano a una sostenibilità interna. Il numero degli animali, per esempio, è stabilito dalla superficie foraggera, ovvero dall’estensione dei prati a fieno posseduto dall’azienda stessa. Così gli animali vengono nutriti dai prodotti di casa. Il contrario delle grandi stalle industriali stipate di animali, simili alle vecchie fabbriche alimentate a carbone. Le nuove aziende biologiche ci dicono che un’altra forma di vita in montagna è possibile ed esiste.

Ecco, quella è la montagna che vogliamo.

capre

Condividi su

Condividi su

Potrebbe interessarti

Torna in cima