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La Cacciamorta

Una leggenda assai popolare nella bergamasca è quella della “caccia selvatica” o “caccia morta”. Anche se possiede origini mitiche radicate in tutta l’Europa, La Cacciamorta ha sempre i connotati di un fenomeno locale. Eroi locali della storia vengono chiamati a ingrossare le fila di una lunga serie di strani spetti, conservando particolari del proprio retaggio e periodo storico.

La Cacciamorta è una leggenda su dei riti pagani di caccia trasformati in rituali demoniaci con l’avvento del cristianesimo. In certe ore della notte si potevano sentire su per le montagne delle mute di cani che scorrazzavano, abbaiando rabbiosamente di qua e di là, come se stessero inseguendo la selvaggina. Nessuno li aveva mai visti, si potevano solo sentire i loro latrati, ma si assicura che chi si trovava a passare da quelle parti poteva anche imbattersi sul loro percorso e doveva scansarsi precipitosamente se non voleva essere travolto dalla furia famelica di quei segugi indiavolati.

Per la verità non si trattava di cani, ma di anime confinate. Precisamente erano le anime dannate di quei cacciatori del paese che per coltivare la loro passione trascuravano di andare a messa la domenica e così, dopo la morte, erano condannati a vagare su per i monti, dando vita a un’incessante quanto sterile caccia.
Si sussurra che un viandante, imbattutosi in una di queste orde urlanti, avesse osato richiamare i segugi perché si quietassero. Non l’avesse mai fatto; rientrando a casa aveva trovato appesa alla porta una gamba umana, una sinistra premonizione di tragedia, dalla quale l’aveva salvato il suo parroco, consigliandogli di riportare di notte l’ingombrante reperto sul luogo dell’incontro con la caccia-selvatica, affinché i cani potessero riprendersela. Cosa che egli fece, con terrore, riuscendo a cavarsi d’impaccio.

Molto simile è il racconto della Cacciamorta in un altro borgo, dove si dice che una donna osservando quei dannati in corsa sfrenata espresse una bizzarra richiesta: “Portatemi un po’ della vostra selvaggina con cui potrò sfamare i miei bambini”. Fu subito accontentata; il mattino dopo trovò appesa fuori della sua casa una gamba umana. Impaurita, la donna corse a raccontare l’accaduto al parroco il quale la consigliò di stare in guardia e le suggerì per la notte seguente di chiudersi bene in casa e di coricarsi assieme ai suoi bambini. Così fece, e fu la sua salvezza, infatti, nel pieno della notte la caccia-morta tornò e dalla canea vociante si alzò un grido d’oltretomba, rivolto proprio a lei: “Buon per te che sei in mezzo all’innocenza, altrimenti l’avresti pagata cara per aver osato parlare alla caccia-morta”.

Forse non tutti sanno che anche nella Divina Commedia e precisamente nel tredicesimo canto dell’Inferno compare una caccia selvaggia. Ne sono vittime le anime degli scialacquatori, ossia coloro che in vita hanno sperperato e dilapidato il loro patrimonio spinti da un oscuro istinto distruttivo. Non a caso nell’Inferno  dantesco gli scialacquatori fanno la loro comparsa nell’orrida foresta dove gli alberi, secchi, contorti e neri, altro non sono che le anime di chi ha volontariamente rinunciato alla vita umana, ed ora, per la legge del contrappasso, è condannato a perdere appunto la propria fisionomia di uomo. Per la stessa legge, coloro che hanno distrutto e dilapidato i propri beni devono ora essere distrutti e dilaniati da cagne fameliche.

La loro corsa è naturalmente inutile perché la punizione è voluta da Dio: le cagne, infatti, li raggiungono e li azzannano senza pietà, e ciò è possibile, perché nell’invenzione dantesca, le anime, per volontà divina, hanno fisicità e sensibilità pressoché identiche a quelle corporee, condizione necessaria per l’esecuzione delle punizioni infernali. Peraltro, dopo il completamento dell’evento, le membra lacerate e disperse si ricompongono miracolosamente e tutto ricomincia, ripetendosi per l’eternità.

A volte in inverno non si è al sicuro. Meglio stare a casa, accanto al focolare. In inverno, i morti cominciano a muoversi, cavalcando sulle strade a loro familiari, galoppando attraverso villaggi e desolazioni, volando attraverso i boschi della mente. Tali incursioni ci ricordano che il passato non è una cosa morta, ma può tornare, come un cacciatore, ed inseguirci per un certo tempo.

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