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I mulini della Sonna
Tra il Cinquecento e l’Ottocento, l’uso dell’acqua nella Val San Martino raggiunse il suo massimo sviluppo, con numerose attività come mulini, segherie e fucine lungo il corso della Sonna.
L’acqua venne utilizzata anche per la filatura dei tessuti, sostenendo l’economia locale. Questo sviluppo fu possibile grazie all’abbondanza di risorse naturali e ai progressi tecnici, ma declinò con l’arrivo della rivoluzione industriale.
L’attività di mulini, segherie, fucine, magli idraulici nella Val San Martino è stata fiorente tra il Cinquecento e il Settecento, con un vero boom nel Settecento e inizio Ottocento. In quel periodo, l’uso dell’acqua per produrre energia raggiunse il suo culmine.
Nel Medioevo comparvero i primi mulini e fucine gestiti spesso da monasteri o famiglie nobili. Le tecnologie erano semplici, con ruote ad acqua a palette piatte.
Intorno al 1600, sotto il dominio della Repubblica di Venezia, Giovanni da Lezze, “Capitano di Bergamo” si occupa di descrivere il territorio bergamasco, raccogliendo tutte le informazioni in un resoconto. Da questo documento emerge che in quel periodo lungo la Sonna esistevano ben 24 mulini con una o due ruote, usati per macinare il grano della valle.
“Per la Valle S.to Martino passa et camina un fiume detto la Sona non navigabile né dannoso […] sopra il qual fiume in tutto vi sono 24 molini de una et doi rode, l’uno de grani per servitio della valle et de altri ancora fuori di essa.”
L’attività di macina prosegue: nel 1790 in Val San Martino ci sono 74 ruote di mulino da grano. In questo periodo la Sonna è una risorsa molto importante, poiché viene sfruttata anche per le attività di filatura dei tessuti.

Questo sviluppo fu possibile grazie all’abbondanza di acqua e legname, alla crescita del commercio di legno, ferro e prodotti agricoli, e ai miglioramenti tecnici delle ruote idrauliche e dei meccanismi.
Verso fine ‘800, con l’arrivo della rivoluzione industriale e delle macchine a vapore, molti opifici idraulici furono abbandonati o trasformati. Alcuni sopravvissero come attività artigianali o divennero piccole centrali elettriche nel Novecento.