Homo Selvadego

Homo Selvadego

Di lui ormai non resta che il ricordo, appena ravvivato dalla sbiadita raffigurazione di qualche affresco scrostato, ma ci fu un tempo in cui questa entità misteriosa e inquietante accompagnava con la sua presenza minacciosa la vita di generazioni di valligiani.

Stiamo parlando dell’Homo Selvadego, figura tipica delle comunità alpine, personificazione di un individuo a metà tra l’animale e l’uomo, propria di quasi tutte le culture antiche e sopravvissuta ai giorni nostri in qualche area esotica.

Il mito dell’Homo Selvadego, ha retaggi celtici: le sue radici sono riconducibili alla preistoria indoeuropa e si propone allo stesso modo, salvo qualche semplice variante, presso tutte le comunità.

L’uomo selvatico è una metafora della natura, della vegetazione che nasce e che muore, degli animali che vanno in letargo e si risvegliano. Questo lo si ritrova anche nella rappresentazione del suo aspetto: un uomo ricoperto di peli, con capelli e barba lunghi vestito da foglie, corteccia d’albero o muschio o da pelli di animali con un bastone utile per difendersi e procurarsi cibo. Si riconduce la sua presenza nelle grotte e in luoghi isolati di montagna come il bosco.

La tradizione lo identifica come pastore, maestro dell’arte casearia e depositario di antiche conoscenze legate alla conservazione dei cibi e delle carni, delle virtù delle erbe medicinali, dell’apicultura, del taglio dei boschi, della produzione delle carbonaie, dell’estrazione dei minerali e della forgiatura dei metalli. È un personaggio che fu associato a una figura terribile a cui ricondurre le paure, ma fu anche simbolo dell’armonia uomo-natura collocandosi tra l’umano, il selvaggio e il divino.

Con l’affermarsi del cristianesimo le divinità della natura furono rilette alla luce delle nuove esigenze culturali e pedagogiche. Alcuni soggetti religiosi furono associati agli ambienti silvestri e nella mentalità popolare mantennero i caratteri dell’Homo Selvadego, creando una confusa sovrapposizione di poteri e ruoli.
Basta pensare alle figure degli eremiti come Sant’ Antonio abate o Sant’ Onofrio che spesso erano rappresentati coperti di pelle di animali. Anche altri santi furono associati all’Homo Selvadego, come San Cristoforo, santo diffuso e venerato nelle vallate alpine, abitante dei boschi, generalmente dipinto sulle facciate delle chiese a protezione dei viaggiatori.

Malgrado l’aspetto terrificante, pare che non fosse poi così nocivo come lo si è voluto descrivere: presso qualche comunità lo si identificava, infatti, come una sorta di Polifemo, dedito all’allevamento, all’attività casearia e all’apicoltura. La tradizione ha ricamato su questo individuo una serie di leggende di cui si sono quasi del tutto perse le tracce, salvo i generici riferimenti all’orco o all’uomo nero.

Il riferimento più concreto alla figura dell’Homo Selvadego in territorio bergamasco si trova nell’affresco posto all’ingresso della casa di Arlecchino, a Oneta di Valtorta. L’irsuto personaggio, munito di un grosso bastone, è posto a guardia dell’edificio e minaccia di prendere a randellate eventuali malintenzionati.

L’Homo Selvadego svolgeva però anche un ruolo positivo: a lui era attribuita l’importante funzione di custodi della natura contro le offese dell’uomo.

Mai come oggi ci sarebbe bisogno di creature della loro specie!

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