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La valle dei castelli
Castrum de Cantagudo
Il Castrum de Cantagudo, situato sul Monte Santa Margherita tra Monte Marenzo e Torre de’ Busi, ebbe in età medievale un ruolo strategico di controllo delle vie di comunicazione tra Bergamo e Como.
Gli scavi archeologici condotti tra il 1998 e il 2000 hanno riportato alla luce resti murari, reperti e monete che ne confermano l’esistenza e l’importanza tra il XII e il XV secolo. Oggi, pur ridotto a rudere, il sito resta un punto di riferimento storico e identitario per la comunità locale.
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La storia
Alcuni insediamenti a carattere militare conferivano al territorio del comune di Monte Marenzo un importante ruolo strategico in età medievale, di controllo delle vie di comunicazione provenienti da Bergamo e dirette a Como attraverso il ponte romano di Olginate oltre che del territorio stesso, oggetto d’interesse sia da parte delle famiglie feudali locali sia da parte del monastero cluniacense di San Giacomo di Pontida. Nel 1456 la precisazione dei confini dei comuni bergamaschi colloca il castello al limite del territorio della Bretta.
Giovanni Maironi da Ponte, che operò il riordino delle carte dei confini della bergamasca, avvenuto nel 1795 per ordine del Senato, con il ruolo di cancelliere della camera dei confini, riferì di aver notato sul Monte Santa Margherita “… alcune vestigia di piccole fortezze”, divenendo un’importante testimonianza storica della presenza di un castello sulla sommità del colle situato sul confine tra i comuni di Monte Marenzo e Torre De’ Busi.
Analisi fotografie aeree compiute nel 1995 hanno confermato la natura artificiale della sommità del Monte Santa Margherita. Successivi scavi archeologici realizzati tra il 1998 ed il 2000 hanno riportato alla luce la cinta muraria, 120m di lunghezza, di un “castello” dell’estensione di circa 950 mq. In particolare, le analisi archeologiche compiute sull’area interessata dallo scavo hanno mostrato una serie di strutture murarie pertinenti a diverse fasi di vita del “castello”: una torre centrale, un edificio di cortina a sud-est della torre e un altro vano di dubbia funzione collocato più a sud.
In loco sono stati rinvenuti, seppur molto deteriorati, focolari, ossa, alcuni frammenti di pietra ollare, vetri di calici, una lama di coltello in ferro, chiodi e due monete risalenti al Sacro Romano Impero in argento, coniati nella zecca di Milano nella seconda metà del XII secolo. Sono state condotte inoltre analisi al radiocarbonio di un campione raccolto nello strato più antico della costruzione che ha fornito una datazione compresa tra il 1220 e il 1310, confermando gli estremi cronologici delle fonti documentarie.
Lo scavo archeologico ha dunque confermato la rilevanza strategica del luogo, riportando alla luce un “castello” di fondazione alto-medievale probabilmente identificabile con il Castrum de Cantagudo presente nella documentazione medievale dalla prima metà del secolo XII sino alla metà del XV.
Il tempo passa ed il castello trascorre l’ultima fase della sua vita, durante la quale si registra la distruzione dello stesso per mezzo di abbandono o demolizione, sebbene siano ancora presenti attività antropiche probabilmente non più dovute all’occupazione di una qualche struttura militare, ma più allo sfruttamento temporaneo dei ruderi da parte di abitanti locali o, forse, da parte di vedette temporanee, accampate tra ciò che del castello rimaneva.
Nella Val San Martino le analisi sistematiche, di cui fornisce un inquadramento storico e archeologico il prof. Fabio Bonaiti, hanno permesso di individuare numerosi siti distrutti dall’espansione urbanistica di questo dopoguerra, altri, come i due castelli di età feudale di Scarlascio e Monte S. Margherita, ancora perfettamente conservati.
Ancora oggi, benché disabitato e non più legato all’economia di sussistenza contadina, esso continua a rappresentare un punto di riferimento per il territorio e per la popolazione circostante da sempre legata al piccolo oratorio romanico di Santa Margherita, sopravvissuta testimonianza di una vicenda umana più complessa il cui ricordo rimane però vivo nella memoria collettiva degli abitanti di Monte Marenzo.